Rapporti di lavoro: subordinato, autonomo e parasubordinato – elementi distintivi

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contratto di lavoro

Prime di definire ed analizzare gli elementi distintivi dei tre tipi di lavoro indicati, bisogna definire il rapporto di lavoro in generale.

Il rapporto di lavoro si può definire come ogni attività umana economicamente rilevante. La caratteristica principale quindi del rapporto di lavoro è la sua natura onerosa. Se siamo in presenza di una prestazione effettuata a titolo gratuito, tale attività non costituisce un rapporto di lavoro. I rapporti di lavoro sono tradizionalmente distinti, in base alla natura giuridica, in due fattispecie tipiche: quella del rapporto di lavoro subordinato e quella del rapporto di lavoro autonomo.

Lavoro subordinato.

Il primo tipo, quello subordinato, è disciplinato principalmente dal articolo n. 2094 del CC. Il legislatore attraverso questo articolo definisce il prestatore di lavoro subordinato, ma non il rapporto di lavoro subordinato. Però , facendo riferimento a quest’articolo si può definire il rapporto di lavoro subordinato come un rapporto sinallagmatico attraverso il quale il prestatore di lavoro si obbliga, dietro un corrispettivo (denominato retribuzione) a collaborare nell’impresa sotto la direzione del datore di lavoro.

Gli elementi distintivi del rapporto di lavoro subordinato, dopo un’attenta analisi del articolo 2094 sono: l’onerosità, la collaborazione e l’eterodeterminazione  dell’attività lavorativa.

Come già accennato precedentemente, un rapporto di lavoro si può definire tale soltanto se l’attività lavorativa viene prestata in cambio di un compenso. Il contratto di lavoro che si va ad instaurare tra il datore di lavoro e il lavoratore, ha come causa lo scambio tra la prestazione di un’attività e il relativo compenso. Questo tipo di contratto, proprio sotto il profilo della sua causa, è un contratto sinallagmatico.

Il secondo elemento distintivo del contratto di lavoro subordinato è rinvenibile nel concetto della collaborazione, il cui significato letterale è “lavorare insieme”. La collaborazione va intesa quale integrazione organica e idealmente continuativa del lavoratore all’interno del sistema produttivo o sociale diretto dal datore di lavoro.

Il lavoratore mette a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative, il datore di lavoro è colui che determina il contenuto dell’attività cui il lavoratore dovrà prestare. Il fatto che il lavoratore non ha alcuna influenza nella scelta del contenuto della prestazione da svolgere è dovuto al criterio di eterodeterminazione dell’attività lavorativa.

Questo criterio di eterodeterminazione dell’attività lavorativa è il terzo elemento distintivo del rapporto di lavoro subordinato, che lo distingue fondamentalmente dal rapporto di lavoro autonomo, come in seguito esaminato.

Per spiegare meglio l’elemento dell’eterodeterminazione si deve fare un confronto diretto tra il lavoratore autonomo e il lavoratore subordinato. Se, nel caso di rapporto di lavoro autonomo è il lavoratore che sceglie il contenuto dell’attività e come svolgerla, accollandosi il rischio del risultato positivo o negativo, nel caso di rapporto di lavoro subordinato è il datore di lavoro che decide il contenuto e come andrà svolta l’attività, mentre il lavoratore subordinato dovrà solo eseguire la prestazione sotto  la direzione dell’imprenditore.

La subordinazione implica la soggezione del lavoratore subordinato al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro. Sempre in riferimento alla subordinazione, attraverso gli artt 2104 e 2105 del Codice Civile, il legislatore indica gli obblighi del prestatore di lavoro subordinato, quali:

– la diligenza nell’esecuzione della prestazione nel totale rispetto delle disposizioni impartite direttamente dal datore di lavoro o dai suoi collaboratori gerarchicamente superiori al lavoratore;

– la fedeltà, che consiste nell’esclusività che deve garantire al suo datore di lavoro con riferimento all’attività da esso svolta. In altre parole, il lavoratore non può divulgare informazione riguardanti l’attività dell’imprenditore che possano causare un danno oppure non può esercitare, per conto proprio, un’attività in concorrenza con quella esercitata dal proprio datore di lavoro.

Un ultimo elemento collegato al principio di subordinazione, ma ovviamente non il meno importante, è il potere disciplinare del datore di lavoro, che caratterizza esclusivamente il rapporto di lavoro  di tipo subordinato. Questo potere è regolato dall’art 2106 del Codice Civile che prevede, nel caso in cui il lavoratore trasgredisca agli obblighi indicati agli articoli precedenti, ovvero diligenza e  fedeltà, la possibilità dell’applicazione di sanzioni disciplinari rimandando alla contrattazione collettiva per le specifiche del caso.

La materia, al quanto complessa, delle sanzioni disciplinari è regolata più nel dettaglio dall’art n. 7 della Legge 300/1970, conosciuta come lo Statuto dei lavoratori.

Lavoro autonomo.

Il secondo tipo di rapporto di lavoro è quello di tipo autonomo. Questo tipo di rapporto di lavoro è disciplinato soprattutto nel Codice Civile, attraverso il Titolo III, intitolato proprio “Del Lavoro Autonomo”.

La definizione la troviamo nell’art. 2222, in base al quale il lavoratore autonomo è colui che si obbliga nei confronti di un committente a compiere un opera, dietro pagamento di un compenso, senza però vincolo di subordinazione. Un elemento distintivo del rapporto di lavoro autonomo è rappresentato proprio dalla mancanza di subordinazione.

L’opera o il servizio, oggetto del contratto sarà eseguito in modo completamente autonomo dal lavoratore e sempre quest’ultimo sarà responsabile del risultato finale, in altre parole il lavoratore autonomo ha il rischio d’impresa.

L’organizzazione per lo svolgimento del lavoro è fatta esclusivamente con mezzi propri del lavoratore autonomo ed il committente non ha alcun potere direttivo su di essa. Il lavoro autonomo viene svolto, di conseguenza, con mezzi propri, secondo la propria organizzazione ed è finalizzato ad un risultato finale.

In considerazione di questi elementi distintivi in caso in cui bisogna valutare la genuità di un rapporto di lavoro autonomo bisogna valutare soprattutto la posizione del lavoratore e la maniera con cui il lavoro viene svolto.

Lavoro parasubordinato.

Oltre al lavoro svolto in modo subordinato o autonomo, esistono prestazioni lavorative definite parasubordinate.

Il lavoro parasubordinato è un rapporto di lavoro autonomo ma viene assimilato ad lavoro subordinato in quanto esiste una collaborazione continuativa e personale all’impresa da parte del prestatore. Proprio per questa sua natura molto vicina a quella del lavoro subordinato a questo tipo di  apporto il legislatore ha garantito più tutele rispetto a rapporto di lavoro autonomo.

Il rapporto di lavoro parasubordinato è stato riconosciuto per la prima volta dalla Legge 533/1973, che prevede l’applicazione delle disposizioni sul processo del lavoro anche alle controversie riguardanti i “rapporti di collaborazione che si concretizzino in una prestazione d’opera continuativa e coordinata prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato” (art 409 cpc).

Dall’esame dell’art 409 del CPC si evincono i requisiti della parasubordinazione ossia la personalità della prestazione di lavoro, cioè la prevalenza del carattere personale dell’apporto lavorativo; la collaborazione, nel senso che si esclude qualsiasi vincolo di subordinazione del lavoratore nei confronti del committente; il coordinamento, che consiste nel collocamento funzionale dell’attività del prestatore d’opera con la struttura del committente e la continuità per cui la prestazione non ha carattere occasionale, ma continuativo.

Con il D. Lgs 276/2003 è stato introdotto il contratto di lavoro a progetto (artt. 61-69). L’articolo n. 61 parte proprio dalla descrizione fatta dall’art 409 del Codice di procedura civile e stabilisce che questi  tipi di contratto devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici, che anche se determinati dal committente saranno gestiti autonomamente dal collaboratore senza alcun tipo di subordinazione e senza rilevanza del tempo utilizzato per eseguire la prestazione.

L’ultima modifica al contratto di collaborazione a progetto è stata apportata dalla Legge 92/2012 che ha integrato l’art n. 61 del D. Lgs 276/2003 con l’introduzione del risultato finale al quale il progetto deve essere collegato.

Inoltre, in base a queste nuove integrazioni della Norma, il progetto non può essere una “mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente” né una semplice elencazione di compiti esecutivi e  ripetitivi. L’art n. 62 del D. Lgs 276/2003, come modificato dalla Legge 92/2012, definisce i requisiti del contratto che regola il lavoro parasubordinato, ovvero la forma scritta.

Nel contratto di collaborazione a progetto devono essere indicati:  la durata della prestazione, la descrizione del progetto, il suo contenuto ed il risultato finale, nonché il corrispettivo e le forme di coordinamento tra il committente e collaboratore.

Proprio per la sua natura, per il rapporto di lavoro parasubordinato sono previste maggiori tutele rispetto al rapporto di lavoro autonomo. Alcune di queste tutele, tipiche del rapporto di lavoro subordinato, sono di natura previdenziale ed assicurative  come per esempio: la possibilità di sospendere il rapporto in caso di gravidanza, malattia o infortunio, con alcune limitazioni come per esempio la non corresponsione del compenso e senza la proroga del termine di scadenza del contratto.

Altre tutele sono: l’erogazione del assegno per il nucleo familiare, dell’indennità di maternità/paternità e malattia da parte della Gestione Separata alla quale è obbligatoria l’iscrizione di ogni collaboratore.

Nonostante non esista in vincolo di esclusività da parte del collaboratore nei confronti del committente, il rapporto di collaborazione a progetto prevede l’obbligo di fedeltà e di riservatezza e pertanto il collaboratore non può svolgere la sua attività in concorrenza con quella svolta dal proprio committente, né può diffondere notizie relative all’attività o arrecarvi pregiudizio (art. 64 D Lgs 276/2003).